Focus Immigrazione 2
Settimana 4 maggio - 10 maggio 2026
Sapere Plus Focus
Il Mediterraneo non perdona
Cronaca di una settimana d'immigrazione in Italia — 4–10 maggio 2026
Meno arrivi, più morti: il paradosso del mare
Mentre Roma discute di numeri e di modelli da esportare, nel Mediterraneo muore in media una persona ogni quattro ore. È questo il dato più scomodo della settimana: non gli sbarchi — dimezzati rispetto all'anno scorso — ma i morti. Più invisibili, più numerosi che mai.
I dati del Viminale aggiornati al 5 maggio parlano chiaro: dall'inizio dell'anno sono sbarcati in Italia 8.599 migranti, con un calo del 51,6% rispetto alle 17.761 presenze registrate nello stesso periodo del 2025. Il governo Meloni presenta la cifra come una vittoria. Eppure, basta alzare lo sguardo oltre le statistiche per trovare un'altra realtà.
Secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), dall'inizio del 2026 nel Mediterraneo centrale hanno perso la vita o risultano dispersi oltre 819 persone — una media di più di sei vittime al giorno. Il dato più drammatico emerge dal raffronto: gli sbarchi sono calati, ma i morti sono aumentati del 152% rispetto allo stesso periodo del 2025. In questo 2026, uno ogni nove migranti che hanno tentato la traversata non è sopravvissuto.
Il 29 aprile, al largo di Tobruk, in Libia orientale, si è ribaltata un'imbarcazione con 33 persone a bordo. Almeno 17 migranti sudanesi non hanno fatto ritorno. Gli altri risultano ancora dispersi. Non è un'eccezione: è la norma. La strategia del Viminale — fatta di fermi amministrativi per le navi delle ONG e assegnazione di porti lontani dalle zone di soccorso — ha creato un vuoto operativo nei salvataggi. Meno navi in mare, più persone che annegano nell'invisibilità.
Le rotte si spostano: l'Algeria avanza
La fotografia geografica degli sbarchi cambia. La Libia resta il principale punto di partenza: da lì provengono 7.271 migranti, pari all'85% del totale — ma anche questo dato è in forte calo rispetto ai 16.397 dello stesso periodo del 2025. La Tunisia segna 675 arrivi, anch'essa in diminuzione.
Il dato più significativo della settimana riguarda invece la rotta algerina: 634 migranti nel 2026, contro i soli 173 dell'anno scorso. Un aumento di oltre il 267%, che segnala uno spostamento delle reti di trafficanti verso nuovi corridoi, in risposta ai controlli più stringenti sulle coste occidentali libiche.
Si consolida parallelamente una nuova rotta: dalla Libia orientale verso Creta, in Grecia. Il conflitto in Sudan continua ad alimentare i movimenti attraverso il Sahel e la Libia, e il peggioramento della sicurezza in Mali rischia di aprire nuovi flussi nei mesi a venire. Quanto alle nazionalità, il Bangladesh guida le statistiche con il 27% del totale, seguito da Somalia (12%), Pakistan (11%), Sudan (8%) ed Egitto (7%).
Lampedusa: tra sbarchi e hotspot
Le ultime settimane segnano una ripresa degli arrivi favorita dalle condizioni meteorologiche più clementi. Tra l'8 aprile e il 5 maggio sono sbarcate circa 2.247 persone — una media di 80 al giorno, contro i 65 giornalieri del periodo gennaio–7 aprile, con un aumento del 16%.
A Lampedusa l'hotspot di Contrada Imbriacola si svuota e si riempie in modo ciclico. Le motovedette di Guardia Costiera, Guardia di Finanza e dell'unità danese di Frontex presidiano le acque, intercettando barconi partiti da Sabratah, Zuwara, Sfax. Le persone tratte in salvo provengono da Sudan, Afghanistan, Etiopia, Bangladesh, Egitto, Eritrea, Somalia, Ciad, Gambia e Pakistan.
La maggior parte di loro, stando alle dichiarazioni raccolte al momento dello sbarco, non vuole fermarsi in Italia: la meta è la Francia, la Germania, il Regno Unito. Sicilia si conferma il principale punto di approdo con 6.801 arrivi, seguita da Sardegna (679) e Toscana (338).
Gjader: il centro che divide l'Italia
La settimana che si chiude il 10 maggio è anche quella dei riflettori puntati sul centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania. Il 3 maggio una delegazione di Forza Italia, guidata dal deputato Alessandro Battilocchio, responsabile immigrazione del partito, ha effettuato una visita di ispezione alle strutture di Gjader e Shëngjin. «I numeri ufficiali attestano una drastica riduzione degli arrivi irregolari e confermano che l'Italia è sulla strada giusta», ha dichiarato Battilocchio da Gjader.
Dal lato del governo, i dati sembrano dare argomenti: dall'11 aprile 2025 al 20 aprile 2026, per la struttura sono transitati 527 stranieri, tutti con provvedimenti di rimpatrio già in corso. Secondo FdI, si tratta di «profili ad altissima pericolosità sociale».
La realtà documentata dalle ispezioni indipendenti racconta però una storia più complicata. Oltre il 50% dei trattenimenti non è stato convalidato dai tribunali competenti. Tra le persone trasferite figurano uomini con lavoro regolare in Italia che l'avevano perso, un cittadino iraniano per cui il rimpatrio è di fatto impossibile, e persino un testimone chiave in un'inchiesta sulla morte di un detenuto nel CPR di Bari. La deputata del PD Rachele Scarpa, che ha effettuato un'ispezione a sorpresa, ha dichiarato di essere rimasta «scioccata» da quanto visto.
Sul piano economico, il progetto pesa: la legge di ratifica dell'accordo Italia-Albania prevede circa 650 milioni di euro su cinque anni, di cui 70 milioni stanziati dal solo bilancio 2026. Il contratto di gestione del centro, affidato alla cooperativa Medihospes, scade proprio questo mese. Il nodo più irrisolto rimane quello delle cifre originarie: il governo aveva promesso 36.000 transiti l'anno. In poco più di dodici mesi ne sono passati 527. L'area destinata ai richiedenti asilo è rimasta completamente vuota.
L'immigrazione salva la demografia italiana
Lontano dai riflettori politici, i dati ISTAT pubblicati ad aprile disegnano un quadro di lungo periodo che nessun governo ha finora affrontato con piena franchezza. Nel 2025, sono immigrate legalmente in Italia 440.000 persone straniere — principalmente da Marocco, Egitto, Tunisia, Bangladesh, Pakistan e India.
Grazie a questo flusso, per la prima volta dopo 12 anni la popolazione italiana non è diminuita: al 1° gennaio 2026, i residenti in Italia sono praticamente gli stessi del 2025. Il saldo tra immigrati ed emigrati è stato positivo di quasi trecentomila unità — quasi esattamente pari alla differenza tra nati e morti. I cittadini stranieri residenti sono oggi 5,56 milioni, il 9,4% della popolazione totale.
Eppure il numero di chi ha ottenuto la cittadinanza italiana è calato: 196.000 nel 2025, contro le 217.000 del 2024. Il calo è in larga parte imputabile al decreto che ha ristretto l'accesso alla cittadinanza per ius sanguinis. Un paradosso tutto italiano: l'immigrazione è necessaria, ma la sua regolarizzazione viene resa più difficile.
Il quadro normativo: le novità di maggio
Sul fronte legislativo, la settimana porta con sé alcune novità rilevanti. Dal 1° maggio 2026 è formalmente in vigore la ratifica italiana del Protocollo OIL n. 29 sul lavoro forzato, approvata con legge n. 60 del 10 aprile. Gli esperti avvertono però che senza stanziamenti specifici rischia di restare una norma puramente programmatica.
Il Decreto Flussi 2026–2028 continua a dispiegare i suoi effetti. I controlli sulle domande di autorizzazione al lavoro sono ora sistematici su tutte le pratiche — non più a campione — con verifiche incrociate tra Ministero dell'Interno, INPS, Agenzia delle Entrate e Unioncamere. I termini per la conferma del nulla osta sono stati estesi da 7 a 15 giorni, e il contratto di soggiorno può essere sottoscritto con firma digitale.
Una settimana in cifre
Gli sbarchi nei primi cinque mesi del 2026 si attestano a 8.599, con una riduzione del 51,6% rispetto al 2025. Le vittime nel Mediterraneo superano quota 819 dall'inizio dell'anno, con una media di oltre sei al giorno. La rotta libica copre ancora l'85% del totale degli arrivi, mentre quella algerina registra un aumento di oltre il 267%. Il centro di Gjader ospita tra le 82 e le 90 persone, lontanissimo dalla capienza di 36.000 promessa. I cittadini stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni, pari al 9,4% della popolazione.
Sono numeri che parlano di una realtà complessa, che non si lascia racchiudere in uno slogan di campagna elettorale né in un titolo di giornale. Il Mediterraneo continua a essere uno specchio: riflette le politiche, le contraddizioni e le scelte di un continente che fatica a trovare una risposta all'altezza della sfida.