Società · 5 giorni fa · Valentin Borșan
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Il banco della seconda opportunità

Dentro il CPIA di Rieti: tra chi cerca un timbro e chi cerca una vita

Il banco della seconda opportunità

L’Italia mi ha offerto una seconda opportunità. Vivendo qui, giorno dopo giorno, ho iniziato a osservare il Paese oltre l’immagine immediata del viaggiatore. La lingua, all’inizio percepita come uno strumento pratico da usare per “cavarsela”, è diventata qualcosa di più: un mezzo per comprendere e partecipare.
Da questa necessità nasce l’incontro con un luogo particolare: il CPIA di Rieti, una scuola per adulti e stranieri. Un ambiente in cui non si impara solo una lingua, ma in molti casi si tenta di riprendere un percorso di studio interrotto.


L’aula


Dall’esterno, le finestre illuminate del CPIA appaiono come quelle di una scuola serale qualsiasi. Dentro, però, il ritmo è diverso.
Gli studenti arrivano in momenti differenti. Alcuni entrano in silenzio, altri si salutano rapidamente prima di sedersi. C’è chi apre il quaderno subito, chi resta per qualche minuto con lo sguardo sul telefono prima che la lezione inizi.
La classe non è mai completamente piena. Alcuni giorni i banchi sono occupati, altri restano parzialmente vuoti. Le assenze cambiano la dinamica dell’aula più della lezione stessa.
Si studia l’italiano, si ripetono regole, si scrive, si ascolta. Il ritmo è lento, costante. Non è una corsa, ma un tentativo di continuità.


Tra presenza e distanza


Molti studenti arrivano dopo giornate di lavoro fisico, spesso lunghe e faticose. La stanchezza è visibile nei gesti, nei tempi di attenzione, nelle pause tra una risposta e l’altra.
Altri sono presenti in modo più discontinuo. Alcuni si fermano dopo poche settimane, altri riprendono e si fermano di nuovo. I percorsi non sono lineari.
Eppure, all’interno di questa instabilità, ci sono anche studenti che mantengono una presenza costante. Seguono le lezioni, fanno esercizi, partecipano. Non sono molti, ma definiscono una parte importante dell’equilibrio della classe.


I professori


I docenti lavorano in un contesto complesso, dove la continuità non è garantita.
La stessa spiegazione viene ripetuta più volte, senza cambiare tono. Le correzioni sono pazienti, spesso individuali. Dopo la lezione, alcuni insegnanti restano ancora qualche minuto per chiarire dubbi o rivedere esercizi.
Non c’è enfasi. Il lavoro è costante, ripetitivo, a volte invisibile nella sua semplicità.


Oltre l’aula


Il CPIA non si limita alla didattica in classe. Accanto ai corsi di lingua e al conseguimento della licenza media, esistono percorsi professionali e orientamento al lavoro.
L’obiettivo non è solo educativo, ma anche pratico: creare possibilità concrete di inserimento o reinserimento nel mondo del lavoro attraverso competenze specifiche.
È un lavoro che si sviluppa nel tempo, spesso senza risultati immediati.


Una scuola imperfetta


Il CPIA non è un sistema ideale. È un ambiente in cui convivono motivazioni diverse, livelli differenti di impegno e percorsi frammentati.
Alcuni studenti frequentano per necessità amministrative. Altri per costruire un futuro diverso. Altri ancora cercano semplicemente di completare qualcosa rimasto in sospeso.
Queste differenze convivono nella stessa aula, senza semplificazioni.


Conclusione


Quando la lezione finisce e l’aula si svuota, rimane una sensazione difficile da definire.
Non è un luogo che si racconta attraverso una sola lettura. È uno spazio fatto di presenze intermittenti, di tentativi ripetuti, di continuità fragili ma reali.
Non tutto procede in modo lineare, e non tutto porta a un risultato immediato.
Ma nel ritmo quotidiano della scuola, tra spiegazioni ripetute, silenzi e ritorni, qualcosa continua a muoversi.
E forse, proprio in questa instabilità, si trova il significato più autentico della “seconda opportunità”.